L’intelligenza artificiale nel cinema per la produzione e la divulgazione dell’arte

L’intelligenza artificiale nel cinema per la produzione e la divulgazione dell’arte

di Anita Valentini

Dipartimento Art And Humanities di CSAIA ETS
Presidente di ModoFiorentino Associazione culturale

Gli storici dell’arte e gli artisti, con l’ausilio dei tecnici informatici e dei programmatori, oggi utilizzano l’intelligenza artificiale (artificial intelligence, d’ora in poi AI) anche e soprattutto associandola al cinema, considerandola non una opportunità tecnica isolata, ma l’evoluzione di una lunga catena storica di rivoluzioni tecnologiche, dalla camera oscura alla fotografia digitale.

AI- CINEMA e PRODUZIONE ARTISTICA
La continuità storica e il concetto di “autore”

L’AI possiamo considerarla un nuovo medium, che entra appieno in un vecchio dibattito.
La produzione artistica ha sempre assimilato le nuove tecnologie, dopo averle inizialmente osteggiate. La fotografia nel XIX secolo e il digitale nel XX hanno sollevato le stesse identiche paure di oggi sulla “morte dell’arte”, che viene decretata con l’uso dell’AI nel settore artistico.
Si deve, pertanto, necessariamente ridefinire il concetto di autore: come Marcel Duchamp, grande artista del Dada e del Surrealismo, con i suoi Ready-made o Andy Warhol, padre indiscusso della Pop Art, con la Factory, l’artista cinematografico si sposta dalla fabbricazione manuale alla selezione concettuale.

L’AI diventa, così, un assistente esecutivo, mentre l’uomo rimane il regista dell’idea.
La perdita dell’‘aura’? Riprendendo la teoria del filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940), la riproducibilità tecnica raggiunge il suo apice, anzi lo travalica, partendo da una situazione nuova e arrivando oltre il limite che finora era plausibile: un’immagine cinematografica generata dall’AI non ha, infatti, un “originale” fisico; pertanto, l’artista “elabora” un’opera d’arte, spostando il valore dell’opera dall’unicità materiale all’idea del suo creatore e all’esperienza dello spettatore.

L’impatto visivo e l’estetica cinematografica cambiano e si devono “alimentare di storia” per creare il presente e il futuro, come, per altro, sempre è accaduto nel fare artistico. Possiamo ipotizzare di ritorno, ad esempio, del Manierismo – i cui artisti producevano “alla maniera” dei grandi del primo Cinquecento, ma dando un’impronta nuova e personale – e del Surrealismo: L’AI eccelle nel fondere elementi slegati, creando visioni oniriche, che ricordano Salvador Dalí o René Magritte. Nel cinema, questo permette di superare il fotorealismo a favore di un’estetica iper-espressiva e deformata, tipica del Manierismo, come quella di Jacopo Pontormo o del Parmigianino.

Senza imbarazzi, possiamo parlare di citazionismo e postmodernismo, d’altronde sempre presenti, come già ricordato, nell’evoluzione degli stili e nel percorso dell’arte: i modelli di AI si nutrono del passato. Il critico d’arte osserva come il cinema generativo – o meglio, in primis, il suo creatore – tenda a un “iper-citazionismo”: l’algoritmo ricombina stili pittorici ed epoche diverse; unisce, ad esempio, il Barocco di Caravaggio alla fantascienza cyberpunk, creando un collage postmoderno infinito, che possiede un suo valore.

Nel cinema può essere un pregio anche l’estetica dell’errore (Glitch Art): i primi difetti dell’AI, come le dita in più o le architetture impossibili, al fine di una creazione artistica, non sono solo errori tecnici, ma diventano veri e propri stilemi visivi d’arte, esattamente come le pennellate materiche degli impressionisti che turbavano il pubblico dell’Ottocento.

Non possiamo, tuttavia, non considerare i rischi che possono nascere nell’uso approssimativo dell’AI per realizzare prodotti artistici.
Il primo, soprattutto se lo consideriamo dal punto di vista di un critico d’arte, è legato all’omologazione del gusto. Se l’algoritmo si basa sul “punto medio” dei dati esistenti, il rischio è la perdita della incisività e della profondità di un’idea. L’arte cinematografica unita all’AI rischia di diventare una replica infinita di stili già assimilati dal pubblico, penalizzando l’avanguardia pura.
Ed ancora, non possiamo non temere, in molti casi, la perdita della memoria storica, che abbiamo detto essere fondamentale. Se l’AI impara solo da database parziali o commerciali, la complessa e millenaria storia dell’arte italiana – come anche quella delle grandi civiltà sviluppate in Europa, in Cina o in India – finisce per essere ridotta a pochi cliché visivi semplificati e standardizzati, che possono offrire ben poco alla creatività degli artisti contemporanei.
Il compito dell’artista, dello storico e del critico d’arte è fare in modo che questo non accada, fornendo tutti i dati necessari e stilisticamente corretti.
L’artista, in primis, deve inserire, nel percorso tecnico per la creazione della propria opera, la sua anima.

AI-CINEMA e DIVULGAZIONE ARTISTICA DELL’ARTE ITALIANA
Un plusvalore per la diplomazia culturale

L’unione tra l’intelligenza artificiale e il cinema rappresenta una svolta senza precedenti per la diplomazia culturale.
Questa sinergia permette di superare i limiti fisici della distanza e della staticità dei musei tradizionali, così come dei palazzi, degli edifici di culto o dei siti archeologici.

Quando si parla di AI e arte italiana, fino a poco tempo fa, solitamente si pensava a un software che genera un’imitazione digitale di un dipinto, ad esempio, quello della Nascita di Venere (1485 ca.), uno dei capolavori più noti di Sandro Botticelli, allocato alla Galleria degli Uffizi di Firenze.
Oggi dobbiamo ribaltare questa prospettiva.
Non dobbiamo imitare il passato, ma utilizzare l’AI per smaterializzare la pietra e il pigmento, trasformandoli in un codice cinematografico capace di viaggiare ovunque nel mondo.
Il cinema, potenziato dall’AI, trasforma opere d’arte localizzate, quali l’affresco con le Storie della Genesi e di San Pietro della Cappella Brancacci di Masolino, di Masaccio (1424-1428) e di Filippino Lippi (1480-1485) alla Cappella Brancacci della Basilica del Carmine a Firenze, in asset digitali dinamici, interattivi ed esportabili in tutto il mondo.

L’AI può ricreare, analizzare, estendere o reinterpretare la storia dell’arte italiana attraverso il mezzo cinematografico e documentaristico.
Il tema della divulgazione internazionale dell’arte italiana tramite il cinema-AI non è una questione di “promozione turistica”, ma è una vera e propria sfida di scalabilità dei contenuti, accessibilità linguistica e democratizzazione dell’esperienza visiva.

L’AI e il cinema insieme sono un binomio fondamentale per diversi aspetti nella divulgazione dell’arte.

AI e cinema sono ineguagliabili nella rianimazione dei contesti storici. L’AI, infatti, può ricostruire digitalmente i contesti urbani e architettonici di varie epoche, come la Firenze del Rinascimento o la Roma barocca. Il cinema trasforma queste ricostruzioni in filmati immersivi, mostrando le opere d’arte dove e come sono nate.

Un altro valido ausilio è legato alla traduzione e alla localizzazione culturale. Il vero limite dei documentari d’arte all’estero? I sottotitoli che distolgono lo sguardo dall’opera, o il doppiaggio che uccide l’enfasi del narratore.
Il primo ostacolo alla divulgazione internazionale, infatti, è proprio la lingua e la complessità della critica d’arte italiana. L’AI permette il doppiaggio sintetico emotivo in tempo reale in decine di lingue diverse, mantenendo la voce e l’enfasi dei grandi divulgatori italiani. Questo fa sì che si possano abbattere istantaneamente le barriere linguistiche all’estero.
I modelli di linguaggio multimodali (LMM) risolvono il problema linguistico alla radice. Con i modelli vocali basati su Transformer (modelli che riescono ad analizzare le relazioni tra le frequenze audio e le espressioni facciali, generando video fotorealistici) e il Lip-Sync neurale (una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale che sincronizza in modo realistico i movimenti della bocca con una traccia audio), possiamo far parlare un nostro divulgatore in perfetto cinese, arabo o norvegese. La sua voce, il suo timbro, la sua emozione verranno preservate, senza barriere linguistiche. Il clone vocale del narratore originale può parlare perfettamente in un’altra lingua, in sincrona labiale perfetta con il divulgatore culturale o con l’attore. Questo non è deepfake fine a sé stesso: è traduzione culturale fotorealistica.

Per una diffusione della nostra cultura all’estero, un ulteriore aspetto è quello delle narrazioni iper-personalizzate. Il cinema generativo basato sull’AI può realizzare documentari artistici adattati ai gusti visivi di diversi paesi; ad esempio, enfatizzando la drammaticità chiaroscurale per il pubblico asiatico o accentuando la precisione geometrica per quello nordico.

Le tecnologie AI possono, quindi, rivoluzionare la diffusione del patrimonio italiano e in tale contesto il ruolo dello storico dell’arte è fondamentale, anzi cruciale. In questo scenario, lo storico dell’arte non deve scomparire, bensì, al contrario, si deve evolve da semplice custode della memoria a regista scientifico del contenuto.
Lo storico deve divenire il garante della verità storica: l’AI genera immagini basandosi su calcoli probabilistici, non sulla verità storica, creando spesso falsi storici anacronistici. Lo storico ha il compito di validare filologicamente ogni fotogramma generato (anti-allucinazione). Lo storico dell’arte in questa nuova fase della diffusione culturale assume il ruolo di curatore dei dati di addestramento (Dataset), per evitare che l’AI rappresenti l’arte italiana tramite cliché stereotipati o immagini di bassa qualità; lo storico deve selezionare le fonti, i documenti e le immagini, garantire la scientificità dei dati per istruire gli algoritmi.
Ed ancora, lo storico deve svolgere anche il ruolo di scrittore del ponte emotivo (Storytelling). L’AI elabora dati, ma non possiede l’intuizione critica o l’empatia necessaria per spiegare il perché un’opera sia un capolavoro. Lo storico dell’arte scrive la struttura narrativa che il cinema poi traduce in immagini.
In definitiva, lo storico dell’arte con l’AI continua a fare il suo mestiere, che si concretizza nella ricerca, nella critica e nella scrittura.

PRODUZIONE E DIVULGAZIONE ARTISTICA
Ulteriori possibilità e una considerazione

Fondamentale, inoltre, è il ruolo dell’AI per il restauro e la conservazione dei film come delle opere d’arte.

Con il restauro cinematografico predittivo gli algoritmi avanzati, integrati nelle produzioni di documentari, possono “completare” visivamente pellicole deteriorare, mostrando al pubblico lo splendore originale dell’opera in alta definizione.

Gli algoritmi AI sono in grado di eliminare i difetti dalle vecchie pellicole dei documentari, così come riescono a ricostruire affreschi perduti o parti di architetture, per darne una visione d’insieme; una capacità molto utile soprattutto a fini didattici.

Non deve essere neppure tralasciato il ruolo dell’AI nei vari ambiti della produzione cinematografica: l’AI viene ampiamente utilizzata per l’invecchiamento e il ringiovanimento degli attori (De-aging): gli attori possono interpretare i grandi artisti da giovani e da vecchi, senza l’ausilio di un trucco pesante in film storici o in biopic di artisti.
Ed ancora, l’AI è uno strumento indispensabile per la regia predittiva e lo storyboarding: i registi possono usare software AI per generare istantaneamente bozzetti cinematografici nello stile di Botticelli o di Leonardo.

Il passaggio dalla pittura medievale a quella rinascimentale si basa sulla codifica matematica dello spazio. Per i tecnici del cinema e della computer vision, questo si traduce nei concetti fondamentali di calibrazione della camera e di stima della profondità.
Il Rinascimento è il periodo ideale a cui ispirarsi per mostrare la potenza dell’AI nel restauro digitale, nella ricostruzione 3D e nella CGI cinematografica (Computer Generated Imagery; immagini generate al computer; uso di algoritmi di machine learning per creare, modificare o migliorare la grafica computerizzata, le animazioni e gli effetti speciali), in virtù del fatto che gli artisti dell’epoca erano, di fatto, i “programmatori” e gli ingegneri visivi del loro tempo.
E noi, oggi, siamo i loro eredi.

CONCLUSIONI

L’arte italiana è nei musei, nei palazzi e nelle chiese, perché la materia fisica è quasi del tutto immobile. La fotografia e il cinema l’hanno registrata, oggi è l’intelligenza artificiale a renderla viva, interattiva ed esportabile.
Non dobbiamo avere paura dei modelli generativi. L’AI non ucciderà l’arte, gli artisti e gli storici dell’arte, perché sarà – deve esserlo! –  guidata dall’uomo e per l’uomo.
Sarà il medium AI che porterà il Rinascimento e gli altri grandi periodi dell’arte italiana nel futuro del cinema mondiale.